Un bimbo prende un bicchiere d’acqua.
La mamma gli dice “attento a non rovesciarlo” (sarebbe stato in realtà più opportuno dire “cerca di tenere l’acqua nel bicchiere”, per ulteriori approfondimenti leggere l’articolo “Le profezie autoavveranti”).
Il bimbo la guarda, e rovescia intenzionalmente l’acqua. La mamma si irrita e lo riprende. “ti avevo detto di non rovesciarla, perché hai buttato l’acqua per terra?!” Il piccolo stranamente, invece di lanciarsi in una spiegazione razionale sul suo bisogno di capire le conseguenze delle sue azioni sulle dinamiche sociali e della sua ricerca di conferme di amore incondizionato, sorride. La madre si arrabbia ancora di più, si sente presa in giro, ed escala, la voce e i modi diventano sempre più nervosi. Il bimbo a quel punto si mette a ridere, e la situazione rischia di sfuggire di mano perché la percezione del genitore è che il bambino si stia prendendo gioco di lui. Chi ne esce peggio, da questo conflitto, è sempre il bambino, che oltre ad essere incompreso viene sgridato.
Alla base di questa dinamica così frequente c’è un equivoco basato su una errata interpretazione del sorriso del bambino in questo contesto.
L’adulto percepisce il sorriso durante un conflitto con un bambino come una sfida, una presa in giro, un gesto beffardo. Ma il sorriso del bambino non è falso, non è arrogante o beffardo. E’ sincero e genuino, istintivo.
Il bambino sente in quel momento una frattura nella relazione che per lui significa tutto, il rapporto con le persone da cui dipende la sua vita. Per il bimbo è vitale, prioritario, urgente riparare quella frattura con il genitore o con la figura di accudimento di quel momento (insegnanti, nonni ecc). La colla emotiva di cui lui dispone è semplicemente il sorriso. Un gesto spontaneo di pace, di intimità, di fiducia. Il bambino non ha le parole per spiegare il suo gesto, non ne ha neanche la comprensione. “Perché ho fatto così?” E’ una domanda che spesso mi rivolge mio figlio di due anni e mezzo. Capire le motivazioni profonde di un gesto è sempre difficile, anche per noi adulti. Quante cose facciamo che razionalmente non ci spieghiamo?
Un bambino di due anni (ma anche più grande) agisce spesso istintivamente perché la parte razionale del suo cervello ancora non è sviluppata. Non è letteralmente in grado di fornire spiegazioni razionali e operare scelte ponderate. Pretenderlo sarebbe come chiedergli di camminare con il naso: l’ultima parte del cervello ad acquisire forma e dimensioni adulte, è la corteccia prefrontale, sede delle cosiddette “funzioni esecutive”: pianificazione, definizione delle priorità, organizzazione dei pensieri, controllo degli impulsi, valutazione delle conseguenze delle proprie azioni. In altre parole, l’ultima parte del cervello a maturare è quella coinvolta nella capacità di prendere decisioni ponderate e responsabili, e questo avviene soltanto dopo l’adolescenza (il processo si può dire pienamente concluso attorno all’età di 25 anni)
Ed ecco che se leggiamo l’episodio in questa chiave, il sorriso del bambino ci diventa comprensibile, e dovrebbe disinnescare la nostra irritazione. Dovrebbe essere un segnale d’allarme: perché il bimbo sente di dover placare il genitore? Quanta pressione e rabbia sta percependo da parte nostra? Quanto disagio e conflitto sta percependo, al punto di arrivare a ridere per cercare di riportare l’adulto ad amarlo?
Il sorriso di un bambino durante un momento di tensione non è mai una presa in giro. E’ una richiesta di comprensione, di calma, di recupero della relazione.
E’ un gesto di pace.

Sylvie, mamma.